
Ogni persona arriva in psicoterapia con una storia già raccontata molte volte, prima dagli altri e poi da sé. Una storia organizzata in una cornice: ciò che viene incluso, ciò che resta fuori, ciò che sembra spiegare tutto e ciò che non trova parole, l’indicibile – spesso doloroso.
Una cosa che naturalmente la psicoterapia non può né intende fare è cambiare i fatti. Piuttosto, lavora su come l’esperienza prende forma, su come viene percepita e sentita, sul senso che le viene assegnato nel presente. Il lavoro terapeutico, quindi, riguarda soprattutto i confini: confini di senso, di identità, di contatto.
IL CAMPO DELL’ESPERIENZA E LA FUNZIONE DEI CONFINI
Nella prospettiva gestaltica, l’esperienza non appartiene mai solo all’individuo. Come scrive Buber, “The real place is the between”: la vita accade sempre in un campo, un contesto relazionale e situazionale che la rende possibile.
Il concetto di campo, introdotto da Kurt Lewin, implica che ciò che una persona sente, pensa o fa non può essere compreso isolandolo, ma solo considerando l’insieme delle forze in gioco in un dato momento.
Dentro questo campo, il confine non è una linea di separazione rigida, ma una funzione viva, il luogo in cui l’organismo incontra l’ambiente. È il luogo dove qualcosa diventa figura, un’emozione prende forma, un bisogno può essere riconosciuto o evitato.
Quando i confini sono poco chiari, l’esperienza tende a diventare confusa o totalizzante: emozioni che invadono, ruoli che si sovrappongono, storie personali che sembrano definire completamente la persona. In questi casi, la sofferenza non sta esclusivamente in ciò che è accaduto, ma anche nel modo in cui l’esperienza continua a presentarsi nel presente, senza distanza, in maniera invasiva.
La psicoterapia offre uno spazio in cui il confine può essere ri-sperimentato, reso più percepibile e flessibile, all’interno di una relazione che sostiene l’esplorazione senza forzarla.
RE-FRAME: CAMBIARE CORNICE, NON CONTENUTO
Il re-frame non è una reinterpretazione cognitiva dall’alto. Significa permettere che un’esperienza venga vista nel suo contesto originario, nel campo in cui ha avuto senso.
Un comportamento, un sintomo, una modalità relazionale possono essere riconosciuti come tentativi di adattamento creativo in risposta a un campo che, in quel momento della vita, offriva alternative limitate o non permetteva altro. Il re-frame non cancella la sofferenza, ma la ricolloca: uno spostamento, quindi, che crea spazio.
Il re-frame agisce come una funzione di confine: distingue ciò che è stato necessario allora da ciò che è possibile ora, ciò che appartiene alla storia passata da ciò che definisce l’identità attuale. Quando questa distinzione diventa vivibile, la persona non è più completamente identificata con la propria narrazione abituale. Può guardarla, sentirla, entrarci e uscirne.
Uno dei primi effetti potrebbe essere un sentirsi meno bloccati, più liberi di entrare in contatto con sé ed esplorare.
CONFINI, CONTATTO E POSSIBILITÀ DI SCELTA
Nel lavoro terapeutico, il re-frame è un’operazione sul significato e un’esperienza di relazione. Il modo in cui una terapeuta ascolta, restituisce senso, rimane in contatto senza invadere, rappresenta nell’immediato una nuova cornice possibile.
Quando una persona fa esperienza di essere vista senza essere definita, compresa senza essere ridotta, può interiorizzare un modo diverso di stare con se stessa. I confini diventano più consapevoli e, proprio per questo, il contatto diventa più autentico: meno fusionale, meno difensivo, più orientato al presente e alle potenzialità.
La storia personale resta la stessa.
Ma cambia la cornice entro cui viene vissuta.
E a volte, questo è ciò che rende finalmente possibile abitare la propria esperienza senza esserne prigionieri.
Testi di riferimento
Perls, F., Hefferline, R., Goodman, P. (1951). Gestalt Therapy. Julian Press.
Spagnuolo Lobb, M. (2013). Il confine di contatto. FrancoAngeli.
Watzlawick, P., Weakland, J., Fisch, R. (1974). Change. Norton.
Bateson, G. (1972). Steps to an Ecology of Mind. Chandler.
Buber, M. (1923). Ich und Du [Io e Tu]. Mohr Siebeck.
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