Sulla pelle di Pandora | Da ciò che viene proiettato a ciò che accade

Sulla pelle di Pandora si sono depositate per secoli colpe, desideri e proiezioni. Possiamo invece fermarci sul confine, sentire ciò che accade nel nostro corpo e riconoscere la responsabilità del nostro gesto.

Siamo abituati a leggere il mito di Pandora attraverso la colpa: Pandora è curiosa, apre ciò che non dovrebbe aprire e, da quel gesto, entrano nel mondo i mali. Ma cosa succede se, per un momento, sospendiamo questa lettura e proviamo semplicemente a guardare? Che cosa accade nel corpo di Pandora? Dove si concentra l’energia del gesto? Nella mano che apre, nello sguardo, nella postura, nel modo in cui il corpo trova sostegno? E cosa accade tra Pandora e ciò che la circonda?
Quello che mi interessa di questa storia è ciò che accade prima che la scatola venga aperta, quando una donna si trova davanti a un contenitore e qualcosa, dentro, rimane ancora invisibile. La domanda diventa allora: “come avviene questa apertura?”. La Gestalt Therapy ci consegna questo modo di guardare alternativo: prima di interpretare, posso osservare il fenomeno: un corpo, un oggetto, un gesto, l’ambiente e la relazione tra essi. Non partire da ciò che una figura dovrebbe significare, ma da ciò che accade nel campo dell’esperienza, nel rapporto tra figura e sfondo e al confine di contatto tra organismo e ambiente, nel corpo.

PRIMA DELL’APERTURA
In questa prospettiva, Pandora non è separabile da ciò che la circonda: il suo gesto prende forma nella relazione con la scatola, con lo spazio, con ciò che guarda e, nelle opere che la ritraggono, anche con chi la guarda.
Panofsky, ricostruendo la storia di Pandora nell’arte e nella letteratura occidentale, mostra come il recipiente del mito si sia trasformato nel corso dei secoli. Nel racconto di Esiodo non troviamo una scatola come la intendiamo oggi, ma un pithos, un grande recipiente. La scatola che abbiamo imparato a conoscere è già il risultato di una trasformazione culturale.
Questo può farci riflettere sullo stesso significato del contenere (o trattenere). Un contenitore può proteggere, custodire, offrire uno spazio, ma può anche impedire che qualcosa fuoriesca. Lo stesso confine può essere vissuto come sostegno oppure come costrizione. La scatola può allora diventare una figura del confine tra dentro e fuori, e Pandora si trova proprio lì, nel momento in cui quel confine sta per trasformarsi.

DALLA COLPA ALLA RESPONSABILITÀ
Un altro aspetto del mito che vale la pena osservare è che, attribuendo a Pandora la colpa dell’apertura, la storia sembra sollevare la collettività dalla responsabilità di ciò che quella apertura rende visibile. I mali erano già nella scatola (e la scatola nel mondo) eppure è Pandora a essere ricordata come colei che li ha fatti entrare nel mondo. Il gesto della scoperta diventa la colpa di colei che scopre.
In questo senso, Pandora può diventare un ricettacolo non solo di ciò che viene proiettato sul corpo femminile, ma anche di una colpa che non le appartiene. La cultura può avere bisogno di qualcuno a cui attribuire la colpa perché qualcosa, soprattutto ciò che viene relegato nell’Ombra, venga alla luce.
Pandora non è né colpevole né innocente. È responsabile del gesto che compie. E questa distinzione mi sembra particolarmente vicina al concetto gestaltico di responsabilità: non la responsabilità come colpa per ciò che accade, ma come possibilità di riconoscere la propria parte nel gesto, nel contatto, nel modo in cui si sta nel campo.
Pandora è responsabile di aver aperto la scatola, ma non dell’esistenza di ciò che vi era contenuto. Il gesto è suo; il contenuto non lo è. La responsabilità non coincide quindi con la colpa.
È proprio questa distinzione che permette di guardare diversamente anche alla costruzione culturale del femminile.
Pandora può così diventare il luogo sul quale vengono proiettati desideri, paure, ambivalenze e colpe che appartengono anche al campo culturale che li produce. Restituirle la responsabilità del proprio gesto significa allora sottrarla, almeno in parte, alla posizione di oggetto della colpevolizzazione: non assolverla, ma riconoscerla come soggetto del proprio gesto.
La Pandora di Jean-Pierre Cortot, del 1819, mi sembra particolarmente interessante proprio per questo. La figura è composta, raccolta, quasi colonnare. Pandora tiene lo scrigno tra le mani, ma non lo ha ancora aperto. Panofsky osserva in questa scultura una forte idealizzazione della figura femminile: Pandora perde in parte la dimensione narrativa del mito e diventa anche un’immagine del corpo femminile, della sua bellezza e della sua attrattiva. Il mito diventa così anche il dispositivo attraverso il quale un corpo può essere guardato e desiderato. La domanda torna allora a essere: quanto di ciò che vediamo appartiene a Pandora e quanto allo sguardo di chi la rappresenta?

Sulla pelle di Pandora la cultura ha proiettato qualcosa: il desiderio, la curiosità, la seduzione, la colpa, il pericolo. Il corpo femminile è diventato il luogo sul quale vengono inscritti significati che non appartengono soltanto a chi quel corpo lo abita.
Ma “sulla pelle” può significare anche altro. Può voler dire sostare sul confine, non oltrepassarlo subito, e sentire che cosa accade lì. La pelle può diventare, in questo senso, un’immagine del confine di contatto: non una linea che separa semplicemente un dentro da un fuori, ma il luogo corporeo in cui qualcosa viene incontrato, sentito, accolto o respinto.


Nella Pandora di John William Waterhouse, del 1896, la situazione è diversa. La donna è inginocchiata davanti allo scrigno; il gesto è ancora in corso. Guardando il dipinto “gestalticamente”, mi interessa osservare il corpo prima di interpretarlo: il modo in cui si appoggia, la posizione delle gambe, l’inclinazione del busto, la relazione tra il braccio e la mano. La mano apre, ma è tutto il corpo a sostenere quel gesto. Forse l’energia non è esclusivamente nel corpo di Pandora, ma nell’intera scenografia: la relazione tra il corpo, la scatola, lo spazio, ciò che Pandora vede e ciò che noi vediamo. La domanda quindi è: “dove, in quale parte del corpo è l’energia?”, ma anche: “come si organizza nel campo?”.
In Rossetti (1871) la situazione è ancora diversa. La scatola è già aperta e ciò che contiene emerge e avvolge Pandora. Il dentro è diventato fuori. Cambia anche la posizione di chi guarda: non assistiamo più soltanto a un gesto, ma incontriamo lo sguardo della donna e diventiamo parte della scena.

SULLA SOGLIA: DAL GUARDARE AL SENTIRE
Chi guarda chi? Il nostro sguardo entra nell’immagine. Nell’osservare l’opera, posso essere attratta dalla scatola, dalla mano, dal corpo, dal volto; posso desiderare di sapere cosa c’è dentro oppure preferire che rimanga chiusa. Posso sentire curiosità, paura, attrazione, repulsione. Posso persino accorgermi che sto giudicando Pandora prima ancora di aver osservato il suo gesto, riconoscendo ciò che ho introiettato culturalmente.


Stare sulla pelle di Pandora può diventare così un modo per tornare alla nostra esperienza: non soltanto interpretare il gesto di una donna, ma sentire il nostro gesto mentre entriamo in contatto con la sua immagine. Che cosa sento nel corpo? Dove mi avvicino e dove mi ritraggo? Che cosa mi attrae, che cosa mi mette a disagio? Dove si concentra la tensione? Quale gesto sto compiendo, anche soltanto attraverso lo sguardo?


È qui che l’esperienza estetica incontra l’esperienza gestaltica. Non mi interessa soltanto sapere che cosa rappresenta Pandora, ma osservare come si organizza la mia esperienza mentre entro in contatto con l’immagine. Che cosa emerge in figura e che cosa rimane sullo sfondo? Dove si concentra la tensione? Quale gesto realizza il contatto e da che cosa è sostenuto? E cosa accade al confine tra ciò che vedo e ciò che sento?
In questo senso, la scatola può essere pensata come un elemento del confine di contatto, un luogo in cui può transitare qualcosa. Ciò che era invisibile può diventare visibile, ciò che apparteneva allo sfondo può diventare figura, ciò che era trattenuto può essere lasciato andare. Ma non sempre aprire significa che qualcosa debba immediatamente essere lasciato andare: anche contenere può essere una forma di sostegno.
È forse questo che la lettura morale del mito rischia di farci perdere: se Pandora è semplicemente la colpevole, possiamo non guardare ciò che il suo gesto rivela. Il problema non è chi ha creato quel contenuto, ma che cosa accade quando non può più essere ignorato.
Young-Eisendrath ha letto la permanenza del mito di Pandora nella cultura contemporanea, mostrando come la figura della donna continui a essere legata alla bellezza, al desiderio e al potere e come il mito possa diventare una forma attraverso cui riconoscere metafore che aprono lo spazio di una rinnovata pensabilità.


In questo senso, Pandora per me può essere vista come colei che porta una responsabilità diversa da quella che il mito le attribuisce: la responsabilità, ambivalente, di aver aperto uno spazio nel quale qualcosa può essere visto. È una responsabilità che può appartenere anche alla psicoterapia. Qualcosa che è rimasto sullo sfondo può diventare figura. Un’emozione, una sensazione corporea, un’immagine o una parola possono trovare una forma nel contatto. Non perché la terapeuta apra una scatola segreta e trovi finalmente la verità, ma perché la relazione terapeutica può creare le condizioni affinché qualcosa diventi possibile da vedere, da incontrare e forse anche da elaborare.
E anche qui la responsabilità non coincide con la colpa. La terapeuta non crea ciò che emerge, così come Pandora non crea ciò che era nella scatola. Ma può partecipare alle condizioni attraverso cui qualcosa diventa visibile. La responsabilità riguarda allora il proprio modo di stare nel contatto, ciò che si fa, ciò che si apre, ciò che si sostiene e ciò che si sceglie di guardare. Forse è per questo che mi piace particolarmente la Pandora di Cortot: viene fermato il momento ancora prima dell’apertura. Lei tiene lo scrigno tra le mani, lo sguardo pensieroso, non c’è fretta. Nulla è ancora accaduto e, in psicoterapia, anche esclusivamente tenere quella scatola tra le mani potrebbe essere sufficiente: soppesarla, entrarvi in contatto, sentire.


Guardando la Pandora di Cortot, ho finalmente l’impressione che la responsabilità non sia delegata a lei, ma che riguardi ognuno di noi. Non si tratta allora di chiederci soltanto che cosa ci sia dentro la scatola, ma di accorgerci di ciò che accade in noi mentre è ancora chiusa, mentre siamo ancora sul confine. Forse possiamo, questa volta, prenderci la responsabilità dell’apertura e provare a incarnare quel gesto per chiederci non che cosa ci sia dentro, ma che cosa accade in noi mentre siamo ancora sulla soglia dell’apertura.

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI
  • Panofsky, D. e Panofsky, E. (1992). Il vaso di Pandora. I mutamenti di un simbolo. Torino: Einaudi.
  • Hurwit, J. M. (1995). Beautiful Evil: Pandora and the Athena ParthenosAmerican Journal of Archaeology, 99(2), 171–186.
  • Lev Kenaan, V. (2008). Pandora’s Senses: The Feminine Character of the Ancient Text. Madison: University of Wisconsin Press.
  • Young-Eisendrath, P. (1995). Myth and Body: Pandora’s Legacy in a Post-Modern World.
  • Cavaleri, P. A. e Iacono Isidoro, S. (2026). The Relational Dimension in Gestalt Psychotherapy: Epistemological and Clinical AspectsThe Journal of Humanistic Counseling, 65(S1), S67–S76.

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