Non è “contro di te”, ma “per noi”

Situazioni spiacevoli in tempi di Covid: un episodio, una lettura psicologica e qualche tip

Photo by Anna Shvets on Pexels.com

A chi non capita di ritrovarsi a fare i conti con momenti di impasse nel contatto interpersonale?

Ultimamente le persone mi riportano spesso episodi vissuti come spiacevoli e inopportuni. A volte sembrano comportamenti caratterizzati da una carenza di rispetto, ma, come al solito, è più complicato di quello che sembra.

Un esempio nel quale molti, forse, potranno ritrovarsi è la mancante o carente capacità di sintonizzazione nel contatto interpersonale.

L’emergenza Covid ha reso più complicato capire se, come e quanto avvicinarci a conoscenti e finanche amici, e le cose si complicano in situazioni sociali miste in cui capita, per esempio, di imbattersi nella possibilità di  presentazioni o scambi indesiderati, come nell’episodio che vi riporto.

G. mi ha raccontato che, durante una situazione di socialità familiare allargata in cui tutti indossavano la mascherina, una persona a lei sconosciuta si è precipitata nella sua direzione intenzionata al cheek kissing (oltre la stretta di mano). A nulla è servito irrigidire consapevolmente il braccio destro al momento della stretta di mano. Il gentleman ha ignorato il linguaggio non verbale o non l’ha decifrato, con somma frustrazione di G. 

Per comprendere meglio cosa succede quando si verifica un evento percepito come “stonato”, occorre considerare le molteplici variabili che entrano in azione quando incontriamo l’altro, come il vissuto legato alla percezione dei propri confini e il contesto. L’immagine dei confini corporei, ad esempio, è estremamente variabile da persona a persona. I confini possono essere percepiti come più o meno permeabili rispetto agli stimoli dell’ambiente e questo è a sua volta strettamente legato allo stile di contatto interpersonale. Dunque per qualcuno venire avvicinati o avvicinarsi per salutare sarà percepito come meno minaccioso che per qualcun’altro.

Che fare?

Sfogarsi. Lo sfogo rimane una fase legittima di qualsiasi esperienza frustrante, spiacevole, dolorosa. Attraversiamo uno sfondo collettivo che ci mette a dura prova, alimenta ed evidenzia dinamiche disfunzionali. Durante una simile sfida è comprensibile e catartico arrabbiarsi e lamentarsi. Sfogarsi non è scontato, quindi, già questo, rappresenta un modo per elaborare la sgradevolezza derivata dallo scambio “inopportuno”. Sfogarsi è raccontare, tirare fuori, quindi mettere una distanza, ridefinire i confini, dare spazio alle proprie emozioni rivendicandole.

Esprimersi. Affermare, sin dall’inizio dello scambio, la nostra posizione rispetto a come vogliamo salutare, dando per scontato assertivamente che non ci si toccherà. “Non possiamo toccarci per salutarci, quindi ti mimo un abbraccio a distanza”. Postura e prossimità devono essere congruenti. Certo, se percepiamo di avere di fronte una persona particolarmente intraprendente, è il caso di un “I statement”, misurato al grado di relazione che ci lega all’interlocutore.

Dialogare. Se si tratta di un interlocutore a cui siamo legati, può essere utile ampliare l’argomentazione per trasmettere il messaggio che non dovrà prendere sul personale una scelta che pesa anche a noi in prima persona.

Neutralizzare. Prendiamo anche il caso in cui l’altro mostri una vena polemica, lamentandosi o sminuendo la nostra posizione, e insista. Questo tipo di atteggiamento può essere neutralizzato con un semplice “mi dispiace” e l’accento sulla qualità altruistica del mantenere le distanze in questo momento.

Purtroppo non possiamo evitare di vivere situazioni spiacevoli. E non sempre ci permettiamo risposte auto-affermative a causa di ragioni profonde e delicate.

Tuttavia credo che a fare la differenza sia come utilizziamo certe esperienze spiacevoli. Possiamo lasciarle “infettare”. Oppure possiamo usarle come un’occasione per entrare maggiormente in contatto con i nostri confini, cominciare una ricerca delle nostre personalissime modalità per gestire situazioni complicate e sperimentare gradualmente queste strategie. 

Personalmente, se necessario, sottolineo che mi astengo dal contatto (se pure a malincuore) per non vanificare gli sforzi di tutta la comunità. Non rinuncio a esprimermi anche utilizzando un po’ di humor, perché credo che sia un ottimo modo per alimentare la vicinanza che al momento non possiamo sperimentare attraverso il contatto fisico. La maggior parte delle volte il feedback che ricevo è positivo: lo sguardo dell’interlocutore diventa comprensivo, empatico, è come se si ripristinassero una buona sintonizzazione e l’alleanza. Il messaggio che trasmetto è: non è una posizione “contro di te”, ma “per noi”.

Sintonizzarsi e trovare la giusta distanza/vicinanza tra te e l’altro è un’arte e una responsabilità che ti riguarda in prima persona.

Ti invito a qualche riflessione

Quanto senti il diritto di sfogarti?

Come ti senti quando prendi posizione?

Come compensi la carenza di contatto fisico nel contatto interpersonale?

Ti è capitato di invadere i confini altrui?

Photo by Ketut Subiyanto on Pexels.com

Riferimenti

Sui confini e lo stile di contatto Ruggieri; sulla corporeità e i diritti fondamentali Reich e Lowen; sulla sintonizzazione Beebe e Lachmann.

© Tutti i diritti riservati

Pubblicato da Maristella Nitti

Psicologa Psicoterapeuta

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