Rebel with a cause. Perché non sarò mai “uno bravo”

Quando giorni fa sono inciampata in un post sponsorizzato sull’ansia di una delle infinite app che offrono counseling psicologico, non ho potuto contenere la mia perplessità.

Il post diceva “come eliminare l’ansia in 1 minuto” e, scorrendo, la schermata successiva “pesce d’aprile: non puoi!”. Il marketing è una cosa seria e in effetti post simili sono seriamente coerenti con altre scelte della famiglia di queste offerte speciali psicologiche; lo stesso utilizzo della formula “vai da uno bravo”, goliardico stereotipo e retaggio culturale anni ’90, conferma la volontà di utilizzare un tono canzonatorio per dialogare con chi avverte una sofferenza psicologica.

Anche l’ansia è una cosa seria e il cinismo obsoleto non va confuso con l’umorismo come strumento terapeutico, usato solo se in accordo con il diretto interessato e messo in dialogo in un processo che consente di assegnarvi un significato condiviso.

A chi verrebbe in mente di esprimersi come nel post che ho descritto, per un disturbo di pertinenza medica? Forse qualcuno pensa che questo sia un modo smart, attuale e simpatico per avvicinare le persone alla psicologia; sembra piuttosto un inconsapevole duplice attacco: alla professione (se sei una terapeuta e lavori con persone che portano in analisi vissuti connessi all’ansia, sai che non c’è nulla da ridere) e all’utenza (se devi scegliere per chiedere aiuto, forse vorresti farlo, ma non mossa da uno scherzo).

In una fase storica in cui è tanto lo sforzo per creare una narrazione credibile e un dialogo con la psicologia, la glamourizzazione o la strumentalizzazione degli stati di sofferenza psicologica è l’ultima cosa che serve. 

Millennial anche se solo per un pizzico, mi considero una semi-nativa digitale, fan di internet e delle possibilità che offre, e al tempo stesso ritengo che, affinché non diventi nocivo, il rapporto con la rete debba prevedere sempre uno sguardo vivo, attivo e partecipativo. Sono anche sostenitrice convinta della psicologia accessibile e, anche in questo caso, trovo che questo non sia l’equivalente di psicologia dozzinale e per evitarlo occorre attenzione e competenza. Anni fa partecipai alla fondazione di uno dei primi centri di psicoterapia low-cost insieme a un gruppo di colleghi, stimolati dalla vocazione di offrire ospitalità alle domande che il servizio pubblico non poteva accogliere e con l’obiettivo di mettere a disposizione la nostra forza lavoro. Totalmente gestito – dal centralino ai colloqui – da psicologi psicoterapeuti e psicologi specializzandi. Qualcuno criticò aspramente la definizione “low-cost” mettendo in ombra il messaggio esplicito del nostro manifesto ovvero che la psicologia è di tutti

La psicologia è di tutti, infatti, anche di ogni professionista, che autonomamente contribuisce alla costruzione dell’immagine della psicologia attraverso meccanismi consapevoli e non. Nel mare magnum che è la rete, è scontato trovare psico-app, contenuti semplicistici e toni canzonatori. Proprio grazie a quel post nel quale sono inciampata per via di equazioni digitali comprensibili (se leggo e cerco temi psicologici, non mi stupisce che il feed me ne proponga di tutti i colori) trovo l’opportunità di riflettere sul decision making. La scelta del messaggio che voglio dare sulla psicologia e la scelta del modo per cercare aiuto psicologico. 

Associazioni, centri clinici, app e siti web che pubblicizzano e propongono le proprie équipes al servizio dell’utenza sono sempre esistite, per fortuna; qui il punto è come. Come propongono i propri messaggi, come questo si sposa con il decoro professionale e se il loro approccio promuove nell’utenza una scelta del proprio percorso di cura che sia abbastanza mindful. 

In Italia, se fai la psicologa e/o la psicoterapeuta/psicanalista, devi far parte dell’Ordine professionale. L’Albo online raccoglie l’intera e unica comunità di professionisti del settore, formata e autorizzata a svolgere il counseling psicologico e la psicoterapia. Ovviamente non è una garanzia assoluta, ma è un’ottima base da cui partire, sicuramente è la fonte ufficiale. Il data base consultabile online prevede l’ausilio di filtri utili per identificare le colleghe e i colleghi in base alla localizzazione, la specializzazione, il tipo di setting ecc. Le schede informative spesso includono i contatti (telefono, video-call, indirizzo) l’eventuale appartenenza associativa e i dettagli su approcci e trattamenti. Quando non si ha a disposizione un contatto grazie a conoscenti o persone fidate, questo può essere un primo step per la ricerca di una professionista della relazione d’aiuto.

Diventare ricercatori attivi della risposta al nostro bisogno è il seme dell’emancipazione psicologica: riduce il danno della delega – nel nostro caso la delega a un’equazione digitale; sposta il locus of control maggiormente a favore di chi cerca; rappresenta un’assunzione di responsabilità e permette di orientarci autonomamente in quanto adulti. Promuovere questo atteggiamento è parte dell’etica professionale. 

L’esigenza di ripensare costantemente il decoro professionale è reale. Il decoro è estetica, armonia, buona forma. Nella comunicazione la buona forma si basa sulla chiarezza del messaggio e sul riconoscimento reciproco della dignità degli interlocutori coinvolti. Un tono canzonatorio non permette di contattare né la sofferenza psichica né di conseguenza la possibilità di fare un movimento per accoglierla con dignità, umanità.

Insomma, no, non sarò mai “uno bravo”, anche semplicemente per il fatto che non mi riconosco nella forma maschile-singolare.

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