La casa che mostriamo, la casa che abitiamo

Quanto di ciò che mostriamo racconta davvero chi siamo e quanto, invece, risponde al bisogno di essere riconosciuti? Attraverso la metafora della casa e della mappa, una riflessione sull’identità, sul Falso Sé e sul rischio di orientarci attraverso i desideri e i riferimenti degli altri, fino a confondere la storia che raccontiamo di noi con l’esperienza che viviamo. Perché lasciarsi trasformare dagli incontri non significa smettere di cercare la propria strada.

Ci sono case che parlano di chi le abita e case che parlano per chi le abita. La differenza non è immediatamente visibile. Riguarda il rapporto tra ciò che viviamo e ciò che desideriamo comunicare. Volendo leggere la casa come metafora della psiche e del modo in cui il nostro mondo interiore prende forma nell’esistenza concreta (nelle relazioni, nei gusti, nelle passioni, nei luoghi che scegliamo e nelle immagini attraverso cui ci raccontiamo) la casa non è soltanto ciò che siamo, ma può diventare ciò attraverso cui vogliamo essere visti. È ciò che accade quando l’esperienza non conta più soltanto per quello che ci fa sentire, ma anche per ciò che racconta di noi. Nella prospettiva gestaltica, possiamo accostare a questa dinamica il concetto di aboutism: una modalità in cui l’attenzione si sposta dall’esperienza vissuta al discorso su di sé, alla rappresentazione della propria identità. Un luogo visitato, una passione coltivata, un oggetto scelto diventano segni attraverso cui comporre un’immagine riconoscibile. Non si tratta necessariamente di finzione: il bisogno di essere visti e riconosciuti appartiene alla vita relazionale. Il problema emerge quando la rappresentazione prende il posto dell’esperienza. Jung forse chiamerebbe questa performance Persona. Alcune case sono pensate per essere vissute, per il Sé. Altre per essere viste, per la Persona in mostra. In queste ultime, ogni elemento è intenzionale, nulla è fuori posto, ma proprio per questo nulla può davvero spostarsi.

UNA CASA COSTRUITA CON GLI OCCHI DEGLI ALTRI

Quello che Donald Winnicott ha descritto come Falso Sé non è necessariamente una finzione deliberata, ma una costruzione adattiva che può svilupparsi quando alcuni aspetti spontanei di sé non trovano sufficiente accoglienza. Un bisogno, un gesto, un’emozione imparano a ritirarsi; al loro posto prende forma qualcosa di più accettabile, più adatto alle aspettative dell’ambiente. A poco a poco, possiamo arrivare a raccontarci una storia su chi siamo, una narrazione coerente con ciò che gli altri sembrano apprezzare e riconoscere, fino a confondere l’immagine che abbiamo costruito con la nostra esperienza più spontanea. Oggi, potremmo dire, una storia che cerchiamo di rendere sempre più accattivante anche agli occhi dei follower sui social. Come quando si arreda una casa pensando a chi entrerà, più che a chi dovrà viverci. La difficoltà nasce quando l’adattamento diventa l’unico modo possibile di esistere e lo sguardo dell’altro si trasforma nella bussola attraverso cui orientarsi. A volte, infatti, non cerchiamo soltanto conferme negli altri: cerchiamo indicazioni su chi essere. Quando facciamo fatica a riconoscere i nostri desideri, i nostri gusti o le nostre inclinazioni, l’altro può diventare un riferimento attraverso cui provare a definirci. Le sue passioni, i luoghi che sceglie, le parole che utilizza diventano coordinate attraverso cui costruire la nostra identità. Non necessariamente per una scelta consapevole o per il desiderio di sottrarre qualcosa all’altro. Talvolta è più semplice riconoscersi in una forma già visibile che sostare nell’incertezza di ciò che ancora non conosciamo di noi. Questo non significa che ogni somiglianza nasca da una difficoltà a riconoscersi, né che lasciarsi influenzare dagli altri implichi necessariamente una perdita di autenticità.

La differenza non sta nell’essere influenzati, perché ogni identità si costruisce anche attraverso gli incontri. Sta nella possibilità di trasformare ciò che riceviamo in un’esperienza personale.

NON PUOI USARE LA MAPPA DI QUALCUN ALTRO PER TE

Le relazioni ci trasformano, attraverso gli altri scopriamo interessi, assorbiamo parole, impariamo nuovi modi di guardare il mondo. C’è tuttavia una differenza tra lasciarsi ispirare e assumere l’esperienza altrui come modello da replicare. Non possiamo sapere sempre che cosa muova questo processo: ammirazione, insicurezza, bisogno di appartenenza o difficoltà a riconoscere desideri propri. Questa è una possibile chiave di lettura, non una spiegazione valida per ogni caso: comportamenti simili possono nascere da motivazioni molto diverse, che non possiamo conoscere senza comprendere la storia e l’esperienza della persona. Non ogni somiglianza rivela una fragilità identitaria, così come non ogni influenza si traduce in imitazione. Il punto è interrogarsi su ciò che accade quando il riferimento all’altro diventa così importante da rendere più difficile riconoscere un orientamento personale. La domanda, quindi, non è stabilire che cosa manchi a chi si ispira a qualcun altro, ma comprendere quale funzione abbia quel riferimento nella sua esperienza e quanto spazio lasci alla possibilità di riconoscere e sviluppare desideri propri. Una passione, del resto, non è soltanto qualcosa che ci piace, ma anche la storia attraverso cui siamo arrivati a quel piacere, le esperienze che lo hanno alimentato, i significati che gli abbiamo attribuito. Due persone possono amare lo stesso luogo senza viverlo nello stesso modo: ecco perché la metafora della mappa può aiutarci. Una mappa può orientarci, mostrarci strade che non conoscevamo, aprire possibilità, ma non è il territorio. Non puoi usare la mappa di qualcun altro per te. Puoi attraversare gli stessi luoghi, ma non puoi vivere al suo posto l’esperienza che li ha resi significativi. Uno dei miei poeti preferiti, Walt Whitman, scrive: «Not I, not any one else can travel that road for you / You must travel it for yourself». Se il percorso dell’altro diventa il nostro unico riferimento (in psicologia lo chiamiamo locus of control esterno: quando deleghiamo a qualcosa fuori da noi le nostre scelte ad esempio) rischiamo di smettere di domandarci che cosa desideriamo davvero. Possiamo conoscere molto bene le coordinate di una vita che ci affascina senza sapere ancora come orientarci nella nostra. Forse la difficoltà non consiste soltanto nel non sapere chi siamo, ma anche nel tollerare il tempo necessario per scoprirlo.

TORNARE AD ABITARE

Oggi, in una cultura in cui lo sguardo è costante e moltiplicato, questa dinamica è particolarmente visibile. I social facilitano e chiedono la costruzione di una continuità estetica e narrativa di sé: una “casa” ordinata per essere mostrata, un’identità mantenuta coerente e riconoscibile. Il rischio non è l’immagine in sé, ma quando diventa l’unico luogo possibile; quando la casa — la vita — smette di essere abitata e diventa soltanto rappresentata. Il lavoro terapeutico non consiste nel demolire questa costruzione. Il Falso Sé ha avuto una funzione: ha permesso di adattarsi, di essere riconosciuti, talvolta di proteggersi. Si tratta piuttosto di creare le condizioni perché l’esperienza spontanea possa trovare spazio. Il Vero Sé, nella prospettiva di Winnicott, non è un’immagine più autentica nascosta sotto quella falsa, né un’identità originaria da recuperare. È qualcosa che può emergere quando diventa possibile sentire un gesto come proprio, riconoscere un desiderio senza doverlo giustificare, fare una scelta o un’esperienza senza avere immediatamente bisogno di uno sguardo che la confermi, ad esempio attraverso un post sui social. Abitare la propria casa significa riconoscere ciò che abbiamo ricevuto dagli altri, lasciarci trasformare dagli incontri e trovare, nel tempo, un modo personale di fare nostro ciò che viviamo. Forse diventare se stessi non significa trovare una casa perfetta o disegnare una mappa definitiva, ma poter cambiare direzione, scoprire stanze che non conoscevamo e lasciare che il nostro modo di abitare si trasformi insieme a noi, senza dover somigliare a qualcun altro per sentirci qualcuno. Possiamo lasciarci ispirare, incontrare, trasformare, ma il territorio, quello, dobbiamo attraversarlo noi.

Ti è mai capitato di chiederti se qualcosa ti piacesse davvero o se avesse iniziato a piacerti anche perché apparteneva al mondo di qualcuno che ammiravi?

Quanto delle vostre scelte nasce da un desiderio vostro e quanto dal bisogno di sentirvi riconosciuti e riconosciute?

Riesci a concederti il tempo di scoprire ciò che ti appartiene, anche quando non sai ancora dargli un nome?

Forse possiamo cominciare proprio da qui: imparare ad ascoltare i nostri bisogni, riconoscere i nostri desideri e trovare risposte sempre più sintonizzate con ciò che siamo e con ciò che stiamo diventando. Perché la nostra identità non è qualcosa da copiare o da trovare già pronta, ma qualcosa che abbiamo il diritto di costruire, seguendo il nostro ritmo liberamente.

Una risposta a “La casa che mostriamo, la casa che abitiamo”

  1. Un articolo veramente affascinante sul concetto di casa, come ci rappresenta ma anche come può mostrare qualcosa di diverso, una percezione che vogliamo dare agli altri.

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