Un mito antico, un film contemporaneo e la pittura di Mark Rothko come punto di partenza per interrogarsi sul rapporto tra dolore, memoria e rappresentazione. Attraverso la storia di Ifigenia, il sacrificio e la trasmissione intergenerazionale dell’esperienza, esploro una possibilità che riguarda tanto l’arte quanto la psicoterapia: trasformare ciò che non riusciamo a comprendere fino in fondo in qualcosa di nuovo, senza doverlo necessariamente spiegare o risolvere.

UN MITO, UN FILM
Nel mito, Agamennone si trova di fronte a una necessità apparentemente senza alternative: per consentire alla flotta greca di salpare deve sacrificare la figlia. Una necessità collettiva prevale sul destino individuale, ma la tragedia ci costringe a interrogarci: chi ha il potere di stabilire il prezzo necessario? Il sacrificio di Ifigenia si inserisce in una storia familiare attraversata da violenze, vendette e lutti; ciò che accade a una generazione continua a produrre conseguenze nelle successive. Con cautela, potremmo accostare questo dilemma a certe dinamiche psicologiche legate alla trasmissione intergenerazionale dell’esperienza: una sofferenza può continuare a influenzare una famiglia attraverso silenzi, segreti, aspettative e conflitti, anche quando non viene raccontata esplicitamente. Una storia può continuare a produrre effetti anche per chi non l’ha vissuta direttamente; non è detto che ogni discendente erediti necessariamente un trauma, né che ogni difficoltà presente debba essere ricondotta al passato. A volte, per preservare un equilibrio familiare, qualcuno può trovarsi nella posizione di non poter fare domande, esprimere rabbia o raccontare una storia diversa da quella condivisa. La domanda diventa allora: che cosa siamo disposti a sacrificare per non perdere ciò che ci tiene insieme?
In The Killing of a Sacred Deer, Lanthimos riprende esplicitamente alcuni elementi della tragedia di Euripide. Un chirurgo, Steven, si trova di fronte a una situazione terribile: per salvare la propria famiglia dovrà sacrificare uno dei figli, in risposta a una colpa precedente. Come nel mito, qualcuno deve pagare perché qualcosa possa continuare. Il tentativo di riparare una colpa assume la forma di un nuovo sacrificio. Ma quando la riparazione richiede un’altra vittima, non si sta forse riproducendo la stessa violenza? Il film si colloca nel percorso di un autore associato alla cosiddetta Greek Weird Wave, una corrente del cinema greco contemporaneo affermatasi sulla scena internazionale proprio negli anni della crisi economica e sociale del Paese, accompagnata da un diffuso disorientamento culturale. Attraverso situazioni paradossali, comportamenti estremi, tabù e temi perturbanti, questi film mettono in discussione ciò che consideriamo normale, familiare e riconoscibile. La stranezza non è soltanto una scelta estetica: può essere letta come espressione di una crisi dei riferimenti condivisi, dei legami sociali e delle forme attraverso cui attribuiamo senso alla realtà (il senso, un tema su cui torneremo tra poco). La famiglia diventa spesso il luogo in cui queste crepe si manifestano con maggiore evidenza e il film di Lanthimos mette in scena il rischio che, a volte, il bisogno di riparare può diventare un modo per non confrontarsi davvero con la perdita e con l’irreversibilità di ciò che è accaduto.
UN QUADRO
Torno spesso all’opera di Mark Rothko, stavolta in particolare per il tema del sacrificio e della rappresentabilità dell’esperienza. Nel clima di angoscia e disorientamento che attraversa gli anni della Seconda Guerra Mondiale, Rothko si rivolge al mito antico perché gli offre un linguaggio capace di parlare di paure, conflitti e passioni che appartengono all’esperienza umana nel suo aspetto tragico. In particolare La nascita della tragedia di Friedrich Nietzsche e i testi di Carl Gustav Jung sugli archetipi e l’inconscio collettivo amplificano le sue riflessioni su quanto attraverso i miti del passato abbiamo la possibilità di rappresentare il dramma umano nella sua dimensione universale. Che cosa accade quando un’esperienza non viene più rappresentata attraverso personaggi, eventi e azioni, ma trova una forma visiva che non racconta una storia determinata? In The Sacrifice of Iphigenia (1942) Rothko affronta direttamente il tema del sacrificio attraverso una rappresentazione disturbante che mostra parti del corpo, elementi geometrici, figure totemiche. In Sacrifice (1946) prendono spazio forme biomorfe e presenze sempre più indeterminate, che anticipano la sua successiva ricerca astratta. Nei suoi “sacrifici” e color fields non siamo chiamati a riconoscere qualcosa o a ricostruire una vicenda: facciamo l’esperienza davanti a un’immagine che vuole evocare, senza raccontare interamente. Questa esperienza estetica potrebbe essere l’occasione di sostare e aprire uno spazio, resistendo alla tendenza di “risolvere un enigma” con una risposta univoca.
LA RAPPRESENTABILITÀ DELL’ESPERIENZA
Nella psicoterapia, la possibilità di dare un senso all’esperienza ha una grande importanza: riconoscere ciò che è accaduto, collegare emozioni e ricordi, trovare parole per qualcosa che fino a quel momento era rimasto inaccessibile, indicibile, impensabile e, forse per questo, difficilmente elaborabile. Eppure non tutto ciò che ci accade può essere interamente tradotto in una storia, non tutto ciò che viene raccontato è risolto, non tutto ciò che resta silenzioso è traumatico. L’arte, come anche la stanza della terapia, può offrirci una possibilità a mio avviso indispensabile: entrare in relazione con qualcosa che non comprendiamo fino in fondo, senza doverlo necessariamente spiegare. Nell’immagine può accadere qualcosa di nuovo, che prima non c’era: attraverso l’esperienza estetica può avvenire la creazione di un tertium, una forma nuova e creativa, dotata di una propria autonomia, che non coincide più interamente con la storia da cui proviene. In una prospettiva gestaltica, potremmo descrivere questo processo come l’emergere di una configurazione inedita realizzata dall’incontro con il campo – un quadro, una persona – e che acquista qualità e possibilità proprie, nuove, non riducibili ai suoi singoli componenti: “il tutto è più della somma delle parti”. In questo processo trasformativo, il dolore può rimanere, ma non essere più soltanto dolore, diventando una “composizione”, un’esperienza, che non cancella ciò che è accaduto, ma non ne è più governata. È questa la possibilità di libertà che mi interessa e che orienta anche il mio lavoro con le persone in terapia: non soltanto comprendere il passato o tentare di riparare ciò che è andato perduto, ma poter fare spazio a qualcosa che quella storia non aveva pre-visto. Vale a dire creare, trovare una gestalt originale, una forma capace di accogliere la propria storia in divenire, senza esaurirne il significato.
Ti è mai capitato di mettere da parte un tuo bisogno o desiderio per non turbare gli equilibri della tua famiglia o per paura?
C’è qualcosa nella sua storia familiare che sente di portare con sé, anche se non l’ha vissuto direttamente?
RIFERIMENTI
- Euripide, Ifigenia in Aulide.
- Rothko, M. (1942), The Sacrifice of Iphigenia, National Gallery of Art, Washington, D.C.
- Rothko, M. (1946), Sacrifice, Collezione Peggy Guggenheim, Venezia.
- Lanthimos, Y. (regia) (2017), The Killing of a Sacred Deer, Irlanda/Regno Unito/Stati Uniti.
- Nietzsche, F. (1872), La nascita della tragedia.
- Jung, C. G. (1954), Gli archetipi e l’inconscio collettivo.
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