Cinema e psiche | Calmare le acque

Il contatto con l’acqua come iniziazione e sospensione creativa: attraversamento di canali, tuffi, bagni, immersione in vasche e piscine.

Acqua et inconscio et fonte di coscienza

L’acqua viene ritratta di frequente nel cinema. Non stupisce: è un elemento sul cui valore simbolico è stato discusso ampiamente da studiosi enormi: da Freud a Jung, von Franz e Bachelard.

Il contatto con l’acqua avviene in un unico momento cruciale in cui “cambia tutto” e “inizia tutto” o durante scene distillate nel corso della pellicola. Si tratta di immersione o di attraversamento dell’acqua. Vasche, piscine, fiumi, mare: l’acqua si presta in ogni sua forma – e a ogni forma.

Da un punto di vista simbolico, l’acqua viene letta spesso come elemento fondante rituali di iniziazione, battesimali, e come medium di rigenerazione purificazione. Anche il doppio livello – superficiale e profondo – rende l’acqua un elemento perfetto per parlare di psiche: dal contatto a filo d’acqua al toccare il fondo.

In noi la vita è come l’acqua nei fiumi

H.D. Thoreau

Un lettura psicologica integrata

Per andare oltre le suggestive letture simboliche, la Gestalt ci offre un orizzonte ampio se non potenzialmente infinito, come la confluenza, di cui l’acqua è un’immagine per eccellenza.

Di solito abbiamo un’esperienza dei nostri confini piuttosto dinamica: ci sentiamo contemporaneamente uniti e separati dall’ambiente. La confluenza rappresenta la diminuzione o la perdita di questi confini (Wheeler, Axelsson). La permanenza prolungata in uno stato simile non permette la differenziazione, inficiando l’apprendimento nell’età evolutiva e determinando il conformismo sociale nell’adultità.

Questo avviene perché – in assenza di differenziazione – apprendiamo per mezzo dell’introiezione, senza “masticare”, usando la metafora di Perls (1947, 1969).

Sostare “sufficientemente” nel canale di confluenza equivale a uscire dal loop dei pattern conosciuti e dedicarsi al vuoto fertile, lo sfondo, l’indifferenziato che contiene tutte le figure: l’insieme delle potenzialità. Destreggiarsi con questa complessità rinforza la creatività e crea le condizioni per l’individuazione.

Tuttavia indugiare nella confluenza può significare permanere in un materno in cui non c’è spazio per altro e l’esercizio di una funzione separatrice, paterna.

L’immersione in questo sfondo pieno di possibilità può promuovere la creatività della scelta (ritmicamente aprire e chiudere una buona forma, dove per forma intendiamo un’esperienza di contatto con una sensazione interna, una persona, un’immagine, un movimento) oppure far “annegare” senza promuovere alcuno slancio. Nel linguaggio alchemico, la prima sarebbe una solutio-risoluzione, la seconda una solutio-annullamento.

Indifferenza creativa: “dove la sorpresa è ancora possibile

Il frequente invito gestaltico a respirare e stare con l’emozione è un modo per sperimentare il momento presente e conseguire quello che Frielander ha chiamato vuoto fertile e Perls – ispirato dal filosofo – punto zero.

Nel cinema, l’immersione nella vasca, per esempio, sembra avere questa connotazione. Un’occasione di “temporanea-confluenza”, di rilassamento e di ricognizione corporea, un rimescolamento propedeutico a cominciare una nuova esperienza.

Non si tratta di un’assenza di impulsi, ma di un’immersione nella totalità di impulsi e di potenzialità che permette di lasciarsi influenzare e riavviare il ciclo dell’esperienza.

In una intervista pubblicata su “La Stampa” nel giugno ’99, D. Baumann, nipote di Jung, descrive
waterworks che il nonno amava compiere.

Vicino al lago scavava il terreno per isolare certi piccoli rivoli d’acqua e farli convergere in un unico canale. (…) È una immagine tipica di lui, seduto lì su di una piccola sedia. Una volta in uno di quei canali l’acqua era torbida ma un affluente portava dentro acqua limpida. Alla confluenza quest’acqua limpida, entrando nell’acqua torbida, formava dei bellissimi disegni. Io gliel’ho fatto notare e lui mi ha detto:

‘Sì, questa è l’influenza’.

Alludeva al significato etimologico della parola: una cosa che fluisce dentro un’altra”.

L’acqua in psicoterapia

Lo sfondo in terapia è davvero l’acqua: dalla sua superficie riflettente, agli abissi oscuri misteriosi, passando per ogni suo abitante, grande, piccolo, invisibile.

In psicanalisi l’acqua rappresenta l’inconscio.

Fare spazio alla complessità contenuta in questo sfondo è possibile solo in condizioni di sicurezza: la terapia è quel laboratorio in cui viene co-costruito e mantenuto il supporto sufficiente affinché il paziente possa concedersi di contattare tutte le possibilità date dall’indifferenza creativa.

In terapia la trasformazione avviene proprio grazie all’influenza reciproca: “una cosa che fluisce dentro un’altra”.

La vasca alchemica è il simbolo di una confluenza sufficiente e necessaria al compimento del processo trasformativo. La partecipazione del terapeuta è indispensabile per andare dove si trova l’altro, lasciando sempre un piede fuori, “asciutto”. Altrimenti la liquidità potrebbe avere, anche nella situazione analitica, l’effetto collaterale della confusione. Philippson del Manchester Gestalt Center pone interessanti quesiti in merito.

Al cinema, nell’arte, nella musica

Crossing the water di Sylvia Plath e The Pool di H.D.

I bagni di De Chirico; il “trick” di Swimming Pool di Erlich (1999); Hockney, immenso dentro e fuori la piscina.

Nello spiritual Wade in the water l’acqua è la via di fuga. Cry me… a Big River: le lacrime di Johnny Cash inondano il fiume. Lavarsi l’anima nel fiume: Al Green. Peter Gabriel sulla necessità di nuotare.

© Maristella Nitti